martedì 21 febbraio 2012

TALKING CANVAS: INTERVISTA A MARCO ROSSI



Inizia oggi un'altra nuova esperienza per questo blog, inerente al mondo dell'arte più sotterranea ed incognita. 
Ecco il resoconto di una mia chiacchierata, di qualche tempo fa, con Marco Rossi

Rossi è un giovane "sottoproletario dell'arte", che tenta di muoversi in quel chiaroscuro del movimento artistico underground italiano, che per emergere non si lascia agli sfoghi, ormai semplicistici, di quella che è la street-art odierna.
Ancora legato alla forma espressiva "classica", i contenuti e le realizzazioni sono invece estensioni e prolungamenti della persona stessa, unici e complessi. Un sistema di filtri al contrario, dove possiamo vedere varie "sezioni" dell'artista. 
Come in una sala chirurgica, pezzi di tessuto esperienziale sono "sfilettati" dal bisturi e messi sul vetrino del microscopio come offerta all'osservatore onniveggente.

Ecco un estratto dal comunicato stampa di una delle ultime esposizioni di Marco, CEREBRALE:

"[...] Dal punto di vista formale, le immagini di Rossi sono una prova dell'impossibilità di porsi completamente in questo o quel territorio: le raffigurazioni che egli mette in scena affondano le radici nell'intimità dell'esistenza, diventando prova di un continuo rinnovamento di sé.
Il suo fare diventa quindi insicuro, aniconico, contraddittorio, mal definibile: egli fagocita voracemente la realtà che lo circonda in tutti i suoi aspetti, la “filtra” attraverso la propria sensibilità e la ripropone istintivamente in opera. In questo senso l'artista non si interessa alle storie in particolare, ma a tutte le storie possibili e ciò gli permette di sostenere una tensione che sfugge ad ogni mira e controllo e “apre” il lavoro a infinite possibilità e sviluppi.
I corpi che ricorrono nei suoi lavori sono colti in pose che sembrano accartocciare la figura su se stessa, in una sorta di autoerotismo che seziona le figure, le disarticola fino a farne manichini o tronchi umani. La forma umana viene così smembrata ed embricata nell'edificio dello spazio e la perdita dell'involucro corporeo permette non solo di esibire ciò che giace nel profondo dell'organismo ma anche di mostrare ciò che di esterno partecipa e altera la sua meccanica. "


Di seguito la chiacchierata:


Chrome: " Che ne pensi di un approccio multiplo all'arte? Trovi che nel "purismo" ci sia più slancio creativo o preferisci disperderti in mille forme? "

Marco: " Non credo esista una regola in tutto ciò...ognuno trova risposta in base alle proprie esigenze..
.... La mia natura è quella di essere onnivoro e mi spinge a cibarmi con voracità di tutto quello che mi circonda. Allo stesso tempo però cerco di mantenere una sorta di "equidistanza emotiva"  dalle cose che mi permette di  non lasciarmi prendere più da un aspetto che da un altro. In questo modo, non facendomi coinvolgere da qualcosa in particolare so che la mia mente può vagare più liberamente, a trecentosessanta gradi.
Devo confessarti che questo aspetto all'inizio mi spaventava perchè mi faceva sentire incoerente. In realtà col tempo ho impararto a filtrarare il tutto in modo diverso e ad assumere questa
mia caratteristica come un aspetto positivo. "
 
 
C: " Cosa ti spinge ad oggettivare il tuo slancio artistico? Creare è per te una liberazione o un obbiettivo? "

M: " Diciamo che per me la parte fisica che ha a che fare con la produzione di un opera non è che il punto finale; personalmente è la parte che trovo meno intrigante, di sicuro meno del processo mentale che la origina. "
 
C: " Credi nel termine "artista"? "

M: " No.Si.....No. "

 
C: " Quand'è che un produttore di opere d'arte puó dirsi realizzato? "
 
M: " Quando inizia a vivere del suo lavoro! ha !                              AH.
No a parte le battute... e comunque c'è anche questo aspetto...se vogliamo metterla sul piano materiale .
Sul piano intimo di ricerca  credo che sia impossibile sentirsi realizzato al cento per cento....
chiunque si concentri veramente sull'esigenza interiore che lo spinge a scavare  dentro sè, intraprende un percorso che non può avere fine. E' un fatto naturale per chi lavora su se stesso, visto che ogni tentativo di avvicinarsi ad un nucleo di verità è subito frustato dal fatto che non esiste una verità, e le immagini che cerchiamo di afferrare sono diverse di giorno in giorno, di ora in ora e pure di minuto in minuto. "

 
C: " È molto difficile per te vedere la conclusione in un lavoro? Come ti rapporti ad un opera conclusa? La vedi alienata da te o la consideri ancora connessa al tuo IO. "

M: " Per me ogni lavoro è come un frammento ingrandito di tante cose precedenti, ripescate e inserite in una catena aperta di pensiero che continua, per così dire, ad autoalimentarsi...
Le opere diventano degli appunti per lasciare aperta la catena a future possibilità e nuovi sviluppi. "

 
C: "Com'è il mondo dell'arte "sotterraneo", In cosa bisogna sperare per emergere? La competitività è sana o anche li c'è marciume? "

M: " Ti elenco in ordine intercambiabile gli ingredienti che secondo me sono fondamentali....
Qualità.
Sbattimento.
Fortuna.
Saper selezionare le persone in gamba dalle teste di cazzo. "
 
 
C: " La tua prossima esposizione? "

M: " diciamo che ho in cantiere diversi progetti...tra cui un intervento in un Ex cinema a Nembro (Bg) e collaborare ad un progetto - SUBCULTURE - che ha come scopo la divulgazione del lavoro di 24 artisti attraverso la stampa di una fanzine (una per ogni partecipante) che verrà distribuita in gallerie e spazi indipendenti del circuito artistico. "


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